Parlando di MatteoSe penso alla nascita di mio figlio, 19 anni fa, sento l'eco di un dolore profondissimo che ormai però non riesco più a percepire, come fosse la storia di qualcun altro. Ricordo che stavo male, che avrei voluto scappare, scappare da una realtà che mi pareva mostruosa, infinita, incredibile. Ricordo una frase feroce pronunciata da uno dei tanti medici consultati: "Forse è meglio che non si affezioni troppo a questo bambino, è meglio affidano subito ad un buon istituto, ce ne sono di ottimi in Svizzera..." Scappare... Apparentemente io ero lì, parlavo, apparivo forte e responsabile, ma in realtà non c’ero. Guardavo quel bambino ma non lo vedevo, mi occupavo di lui facendo tutto per bene, ma in modo distaccato, preoccupandomi esageratamente delle altre due mie figlie: loro sì che avevano bisogno di me, per loro era importante la mia presenza, la mia attenzione. Combattevo una lotta con me stessa, l'istinto mi spingeva verso quel neonato (strano? un marziano?), ma la ragione mi fermava, mi ripetevo: Non voglio averci niente a che fare". E poi, un giorno - mio figlio aveva 3 mesi - come al solito l’ho preso in braccio, l’ho guardato distrattamente, e i suoi occhi chiari, obliqui, bellissimi si sono fissati intensamente nei miei, mi hanno catturato. Poi quel piccolo marziano mi ha sorriso. In quel momento mi sono sentita improvvisamente liberata da un peso che mi schiacciava3 mi impediva di vivere realmente, e un trasporto straordinario verso di lui mi ha travolta. Così è cominciato un grande amore che, come tutti i grandi amori, è un po’ folle, complica la vita, fa essere a volte felici e a volte tristi, ma fa vivere. Maria Albini Devoto(“Un giorno dopo l’altro”- A. Contardi, P. Pasqua, A. Razzano – Ed. Guaraldi/Gu.fo. Edizioni S.r.l. - 1996)
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